giovedì 1 ottobre 2015

È l’ora di dire ciao. Anche a Bella Ciao.

Condivido volentieri un pezzo di Francesco Maria Del Vigo letto oggi sul IlGiornale.it :

<< Pietro Ingrao per me non è un mito. Ne ho altri, finti, veri, cartacei. Ma non pretendo che siano universali. Non è un padre della Patria. Non può essere un padre della Patria uno che questa diavolo di Patria voleva svenderla a quella che sentiva la sua, di patria. Cioè la madre Russia comunista. Ma è possibile che qui ci si debba dividere tutti tra russi e americani? Ma uno che fa il tifo per l’Italia non è un’opzione disponibile? (Non la nazionale, per carità, di quelli ce ne sono troppi).
Ingrao, per me, non è un esempio. È uno che dalle colonne dell’Unità difendeva gli eccidi delle truppe russe in Ungheria e che oggi, dagli stessi che si genuflettono davanti al suo cadavere, sarebbe stato licenziato come un sovversivo criminale. Ma lui rappresenta i vincitori, anche adesso che è stato vinto dalla vita, come succede e succederà a tutti noi. Pietro Ingrao, per me, è un vecchio morto a cento anni, davanti al quale non posso che elevare un arrivederci ossequioso e laico. Perché amo gli anziani e ammiro i coerenti e gli idealisti. Anche di idee che non condivido. E invidio le comunità. Quella folla di pugni alzati, quelle bandiere rosse con la falce e il martello, quelle ugole che si squarciano intonando Bella Ciao. È roba d’altro tempo, di un’altra era. Archeologia politica e umana. Come quelle poltrone di modernariato che dici: cavolo che design strano. Ma a casa non le vorresti mai.
Ma facciamo una precisazione: evviva le comunità, evviva le idee. Ma Bella Ciao non è un inno nazionale. È un canto da ultras. Dell’antifascismo. Quella è una comunità che rispetto, ma non è una nazione. Non è di tutti, ma di parte. Divide e non unisce. Come direbbero i moderni: è divisiva. Il mito della resistenza non è realtà, ma finzione. Se va bene fiaba. È il Babbo Natale della sinistra. Shhh. Non diciamolo a voce alta che sennò poi ci sentono. Chè l’Italia l’hanno liberata gli americani. Bella Ciao non è pace, ma guerra. E pure civile. Che è il massimo dell’inciviltà. Basta. Basta con questo culto della resistenza, con questa religione laica della Liberazione. Pure il Papa apre ai divorziati, ma le vestali di piazzale Loreto non riescono nemmeno a parlare agli a-partigiani. Basta coi talebani del 25 aprile, con i santificatori del comunismo, con quelli che ci vogliono infilare in testa il burka del politicamente corretto. Con quelli che pensano che mettere la gente a testa in giù sia un atto di libertà.
Renzi, Grasso e Mattarella avrebbero chinato il capo davanti al feretro di Giorgio Almirante? No. Perché era un fascista. Redento. Democratico. Ma c’aveva sempre quel problema lì. Non parlo del peccato mortale di aver eletto Fini come proprio delfino. Ma di quella camicia non troppo intonata coi colori alla moda. Invece erano tutti lì, davanti alle falci e ai martelli. Immobili davanti a simboli di morte. Persino Fini era uscito dal sepolcro. E pure Marino. Ma quello si imbuca ovunque: dal Vescovo di Roma al patriarca dei bolscevichi, che differenza c’è?
Anche il comunista Ingrao avrebbe mandato a quel paese quella massa di sciacalli che cerca di vivere su una (presunta) rendita di posizione. Io vorrei mandare a quel paese Renzi, Grasso, la Boldrini, la religione (catto)comunista dei partigiani, le falci e il martello, il galateo del 25 aprile e Bella Ciao. Che, ripeto, non è Fratelli d’Italia, ma una canzone più secessionista della Lega di Bossi: spacca il paese, allarga la piaga e divide gli italiani. Ma, soprattutto, rompe i coglioni. È l’ora di dire ciao. Anche a Bella Ciao. >>


Link al Blog:
http://blog.ilgiornale.it/delvigo/2015/09/30/la-retorica-di-bella-ciao-ha-rotto-i-c/#

2 commenti:

  1. Guardati/ascoltati questa: Quei bei giorni felici, canzone di un gruppo ungherese (i Beatrice) che in modo malcelato parla dei tempi del comunismo (e di quando i russi se ne sono andati). Ovviamente, "bei giorni felici" e' ironico.

    Ovviamente il testo non si capisce se non parli ungherese, ma ad un certo punto dice "il momento più' bello e' quando ci salutiamo: con le lacrime agli occhi penso "Che non mi vada a perdere il treno e resti qui, eh!?!?" " E' nel punto in cui si vedono i soldati russi sul treno che se ne vanno a casa (sui muri di Budapest non era insolito trovare scritto "Ruski haza", "russi andatevene a casa").

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  2. Io invece non sono d'accordo sulla impostazione generale dell'articolo.

    IL problema di fondo è quello di non distinguere la "Resistenza" dal "Comunista".

    La Resistenza è una epopea largamente artefatta quando non inventata di sana pianta negli anni seguenti la fine della Guerra al fine di accreditare i Comunisti come fondatori della Repubblica, oltre che ovviamente per rifare la verginità agli Italiani che un giorno erano tutti Fascisti e il giorno dopo tutti anti-Fascisti.

    Dopo il 1989 i vertici del PCI decisero di cambiare nome e ragione sociale. Alcuni di loro non furono d'accordo, tra cui il fu Ingrao ma tutti comunque vissero la "svolta" come una mera dissimulazione perché in realtà nessuno ha mai rinnegato il "glorioso passato".

    Oggi si canta "Bella CIao" non tanto per ricordare la Resistenza ma come inno comunista. Si canta quella perché la rivoluzione che doveva togliere i mezzi di produzione alla Borghesia e instaurare la Dittatura del Proletariato è una merce difficile da vendere in un mondo dove l'ideale ha fallito ovunque. Quindi si opera un trasferimento e ci si attacca al "Comunismo buono", quello che combatte il "nazifascimo" per consegnare agli Italiani la "libertà".

    E' tutta una menzogna.

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